Il Racconto: “Averlin”, prima puntata




La porta si è chiusa alle mie spalle con un rumore secco.
Appena il tempo di aprire il baule e tirare fuori il quaderno ed il calamaio, ed eccomi a scrivere.
Non ho nessuno con cui parlare, ma ciò che ho visto, ciò che ho sentito deve essere raccontato oppure rischio di impazzire, il viaggio interminabile e l’arrivo in questo posto si sono rivelati un incubo.
La stanza in cui mi trovo è ampia e desolatamente vuota,  ad esclusione di uno scrittoio e dell’enorme letto alle mie spalle.
L’odore è di pulito, ma è l’odore caratteristico di una stanza tirata a lucido dopo essere stata chiusa per tanto tempo, forse anni.
Anche alcuni mobili devono essere stati spostati, sul pavimento di pietra grigia ci sono dei segni recenti, di qualcosa di pesante che è stato trascinato via e la parete alla mia destra, vicino allo scrittoio ha delle macchie scure, la sagoma di un mobile che non c’è più, dei quadri mancanti.
Come se per attendermi avessero voluto rendere questa camera più anonima possibile, forse per farmi sentire un’estranea,  una che non appartiene a questo posto, in quel caso potevano risparmiarsi la fatica perché è esattamente la sensazione che ho da quando ho varcato l’immensa soglia di pietra, o forse anche da prima, dal primo ingresso nel parco buio e scuro che circonda il castello. I pini cupi, le querce, un’intera foresta bisbigliante e frusciante.
Oppure hanno tolto qualcosa che doveva essere nascosto ai miei occhi, qualcosa che avrebbe potuto svelarmi la vera natura di questo luogo, ma forse mi sto davvero facendo suggestionare da pochi episodi avvenuti nel mio viaggio fin qui e dalla strana accoglienza riservatami dalla servitù.
Quando sono partita dal castello di Averlin, la mia casa per i primi 20 anni di vita, la mia balia piangeva disperata nel fare i miei bagagli. Due giorni fa eppure sembra passato un anno. Piangeva disperata la mia balia e mi sembrava non fosse per la morte improvvisa di mio padre, né per l’idea di doversi separare da me, ma proprio perché consapevole della mia destinazione, come se fosse a conoscenza di qualcosa che io ancora non so.
Orfana, la mia casa il mio castello trasmessi per le bizzarrie dell’asse ereditaria ad un cugino lontano, costretta ad allontanarmi perché lui non vuole dividere la sua casa con nessuno, ospite chissà fino a quando di parenti  di cui nessuno mi aveva mai parlato.
Ma la cosa peggiore non è questa è la sensazione di andare incontro ad un destino terribile e segnato che coglievo negli occhi di tutti coloro che mi hanno visto partire.
Sensazione che è diventata anche la mia appena la carrozza è entrata nei possedimenti dei Ferber,  mia nuova dimora. Appena varcato il confine della proprietà ancora stanca ed infreddolita dal viaggio, mi sono sporta dal finestrino, tutto era buio, gli alberi si stendevano cupi e, all’improvviso,  una visione terribile mi ha fatto cacciare un urlo…


Leave a Comment

Filed under Averlin, Il Racconto

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>