L’Agnese va a morire Renata Viganò
Romanzo del neorealismo italiano, una struttura letteraria semplice e allo stesso tempo carica di così forti sentimenti che ti catapulta dentro alla storia, e quando arrivi all’ultima pagina non sei ancora sazio…e poi? Cos’hanno fatto i partigiani? E’ una storia vera? vorresti saperne di più. Allora ho letto l’appendice e, come faccio spesso quando finisco un libro, ho riletto l’introduzione, e ho condiviso l’emozione che doveva aver suscitato in Vassalli l’episodio dell’uccisione del tedesco, e davanti agli occhi mi si è parata l’Agnese, il suo portamento massiccio che contrasta con movimenti morbidi e silenziosi. Una compagna, che applica direttamente il termine nella pratica, nello stile di vita, senza passare dalla sezione. Lei, praticamente analfabeta, una vita passata da lavorare per mandare avanti la casa (il marito è molto debole a causa di una malattia che lo ha colpito in gioventù) a lavorare per la Brigata partigiana, per il Partito, per la Resistenza.
Un romanzo avventuroso, che morde la curiosità fin dalle prime pagine…
Paesaggi palustri, colori scuri, melma, fango, tanta acqua, sempre acqua. Canali da percorrere, argini da raggiungere… l’acqua a un certo punto fa paura, rende prigionieri gli uomini della “Caserma” che allora decidono di andare oltre “il buco”, nei territori già liberati, pur sapendo che rischiano molto in quell’impresa: una notte buia, neve e ghiaccio dappertutto. Ma quelli che hanno più paura della guerra sono tedeschi e fascisti, l’autrice lo ripete molte volte, e anche l’Agnese, quando definisce il loro coraggio “il coraggio della paura”: essi non si muovono se non sono numerosi, se non sono ben attrezzati, se non sanno di avere la meglio.
L’autrice (come è scritto nella nota bibliografica inclusa nel volume) partecipò attivamente alla lotta partigiana, e questa fu determinante nella sua vita.
Il romanzo è uno dei primi testi scritti sulla Resistenza, nel 1949. Le vicende narrate con ricchezza di dettagli, colme dell’entusiasmo dei protagonisti, trascinano il lettore dentro la storia. Le immagini scorrono nella mente e si susseguono con altrettanto entusiasmo… un testo che mi rammarico non aver letto prima, nell’adolescenza, quando non si è né pesce né uccello, e i cinque sensi sono spalancati a 360 gradi, pronti a ricevere le basi su cui poggiare i nostri piedi.
L’Agnese è una donna anziana, grossa e stanca ma allo stesso tempo leggera quando non deve farsi sentire, e instancabile, non rifiuta mai un incarico ma con umiltà di contadina ignorante dice “se c’è qualche cosa che posso fare io…”. L’Agnese non ha niente da perdere, comprende le difficoltà, la paura della guerra, le necessità della Brigata. E’ una donna tutta d’un pezzo, è “Mamma Agnese”. Ma questa figura così imponente, simbolo che si è volontariamente annullato per seguire la causa, emerge in tutta la sua umanità quando la scorgiamo piangere in un angolo, quando si corica a letto supplicando il marito di apparirle in sogno per darle forza, quando, sgridata per aver “fatto male qualcosa”, assume un aspetto colpevole, stupito, come una bambina. Agnese parla poco, non è brava a far discorsi lunghi, le poche volte che prende la parola e tutti la guardano, arrossisce. Molto interessante la figura del Comandante della Brigata, nome di battaglia “l’avvocato”, un uomo istruito, cui tutti nella Brigata fanno riferimento: anche nelle Brigate Partigiane c’era bisogno di disciplina, di ordine, di “capi” che prendessero le decisioni.
Questa storia è stata ispirata da vicende avvenute realmente, nelle Valli di Comacchio, tra il ’43 e il ’45. E’ un piccolo romanzo (nomi di battaglia inventati e luoghi non menzionati) che rende in maniera semplice ma efficace la realtà della Resistenza: utile per chi ne è digiuno, importante affinché nessuno dimentichi.
L’Agnese va a morire
Renata Viganò
pp.246, euro 11, Einaudi Tascabili Editore